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III
Ogni domenica mi vesto di guanti e di rastrello
sul lungomare dell’inverno
e conto quelle carte le scarpe e i vetri
le plastiche e le sacche
le siringhe e i giochi rotti
e infilo quelle storie nei sacchi vuoti
ascoltandone le nenie
e l’arroganza
l’indifferenza e l’ira
così ritorno pieno e vuoto alla mia casa
e senza nessun bravo
mi gusto il respiro della terra
lo sforzo della pace
il pregio dell’amore
i fumetti della sera
e chiudo la finestra
sui circoli del buio
di sette giorni
in sette giorni
a creare un nuovo mondo
un libro da non perdere per rarità, finezza di linguaggi, trasgressione e bellezza
[...] Ciao Claudio, grazie di avermi fatto ancora tremare il cuore e grazie di non avermi cercata...perchè tranne rarissime celesti eccezioni, gli amori più belli sono quelli non vissuti. [...]


II
Vivo per arroganza la bellezza
lo spasmo che mi gonfia il corpo
e l’ipotesi dell’eternità
nulla che impedisca il trionfo
dell’attore
della palpebra e la voce
del bisogno del plauso
delle illimitate notti
dei pochi soldi
che per giovinezza irrido
dei baci dell’ultima donna
che mi ha passato amore
nulla che mi limiti
nella decenza
e che possa ripudiare nell’indecenza
assalgo l’ultima vita
strappandole
ore notte e stelle
lucrando sulla paura dei benpensanti
smisurato e temerario
prima di domani
che oggi mi bevo e mangio tutta la vita
perché ho venduto la memoria
e le sue paure
agli illustratori della pubblicità

I
Ho rinnegato mio padre per improprietà
per la sua cartella d’avvocato
e il perimetro della perfezione
ho lasciato l’autunno e le altre stagioni
alla memoria dei poeti
e vivo per vocazione nella casa sul fiume
tra letti comuni e ore sovraffollate
dicerie e politica e vino senza più favole
un passo o due fino alla fontana
e piango di giovinezza e per amore
e per questa inconfessabile solitudine
che non si dice tra fratelli
e mi lascia umido
e anche stanco
di una vecchiaia senza rughe e senza anni

Cuando tú te quedes muda,
cuando yo me quede ciego,
nos quedarán las manos
y el silencio.
Cuando tú te pongas vieja,
cuando yo me ponga viejo,
nos quedarán los labios
y el silencio.
Cuando tú te quedes muerta,
cuando yo me quede muerto,
tendrán que enterrarnos juntos
y en silencio;
y cuando tú resucites,
cuando yo viva de nuevo,
nos volveremos a amar
en silencio;
y cuando todo se acabe
por siempre en el universo,
será un silencio de amor
el silencio.
Andrés Eloy Blanco

Risalgo le vene di una foglia
piegando spalle e anche
nei segreti di Dio
Ritraggo gli orli
della labbra
prima che si posi il bacio
e alzo a volo
tutti i sogni
perché un giorno me ne andrò ridendo
Il racconto vincitore del concorso indetto dalla Banca MPS, edizione 2009, Una storia italiana:


Una storia di famiglia
Mia madre era sbarcata in America con gli occhi spersi e lo stomaco in subbuglio per il mal di mare. Mio padre era partito tre anni prima con la sua borsa da lavoro e una piccola valigia. Papà era sarto, ma disegnava anche modelli, al paese glielo dicevano tutti che era bravo e venivano a cercarlo dalle città vicine. Un giorno era andato da sua moglie Dora e le aveva detto:”Vado in America”. Le donne alzavano la testa, ascoltavano e non dicevano né si, né no, guardavano il marito, accennavano un movimento con gli occhi e tornavano alle loro faccende. La vita era divisa in azioni e necessità, il piacere era un pane prezioso da mordere. Al matrimonio si arrivava vergini, ma le voci della gente raccontavano i peccati senza pentimento. Dicevano che mio papà Giuseppe fosse andato a letto con la sorella di sua moglie la notte prima delle nozze. Una storia di famiglia che rimase senza commenti.
Mamma sentì la parola America e continuò a cuocere le sue neule, un biscotto abruzzese che si riempie con la marmellata di visciole, a volte, nella marmellata, ci si mette dentro pure qualche pezzetto di cioccolato. Anche perché chissà dov’era l’America, era come dire la parola cielo, era da qualche parte, lontano. Mia mamma era donna di terra, amava i suoi olivi e la pietra che si spaccava, i muretti di confine costruiti a secco e le pecore sui tratturi. Figlia di un mezzadro che era diventato possidente, conservava l’abitudine al lavoro e le mani segnate dalla fatica. Lei quella terra non la voleva lasciare, ne amava i profumi e le incertezze, le asperità e i silenzi, ma era nata donna e poteva solo tacere, lavorare e fare figli.
Ti immagini una vita, te ne capita un’altra.
Mio padre disse New York e lei si preparò a partire. Raccolse i pensieri, qualche regalo di nozze, lo scialle di seta blu, la catenina con la madonna lasciata da sua madre e il cane volpino Lilli, quello non lo lasciava. La nostalgia era affare dei poeti e lei era nata contadina. Giuseppe aspettava la moglie sul molo, elegante nel suo vestito marrone con gilé e cappello. Mia madre era una donna robusta con il passo piantato forte nella terra, gli occhi scuri e il seno grande. Vestiva di scuro, come si usava al suo paese, i colori erano dei fiori. Scese con Lilli, la valigia e il mal di stomaco tra urla, saluti, fazzoletti e incertezza. Gli odori non li riconosceva. Andò incontro al suo uomo, bello, con gli occhi chiari e spavaldo. Fu un abbraccio tra la folla, un’intimità che crea la moltitudine
Vivevano a Brooklyn in una casa di due stanze. Nel soggiorno Giuseppe riceveva i clienti, tagliava e cuciva i vestiti, con il suono ritmico della macchina e le dita da saltimbanco. Dora rimase incinta per occupare il tempo, senza la sua terra era ancora più silenziosa e taciturna, puliva la casa, faceva la spesa, osservava il marito mentre lavorava. Certe vite passano senza disturbare. Note di uno spartito che nessuno ricorda. La cucina era l’unico posto che si gonfiava di emozioni, colori, sapori, eros, audacia e profumi. Dora diventava una donna libera tra le padelle, le pentole, le spezie, i sughi, la carne, il pesce, le verdure, la torta di mais, la cicerchiata, nessuno le dava ordini, regnava sulla spesa e le pietanze, sul gusto e il suo piacere, suo marito ingrassava ed era un buon risultato.
Il quattordici giugno nacqui io, prima figlia, femmina, nome Giulia.
Non ho mai visto i miei genitori scambiarsi una carezza o un bacio, ma tra quelle lenzuola al profumo di marsiglia qualcosa dev’essere successo.
Bionda come mio padre e con gli occhi verdi, americana di nascita, abruzzese nel cuore, ero la sintesi di un viaggio, forse di un amore, ero una bambina che tutti immaginavano, ricca, famosa e felice, perché noi sceneggiatori di sogni costruiamo le vite, donne povere, ricche, uomini, operai, imprenditori, accattoni, ci immaginiamo un attimo di fama che faccia ridere anche Dio, un attimo di gloria per non morire, una poesia che ci canti e la voce dei bambini che si fanno grandi e inseguono l’eroe.
Sono successe tante cose da allora, un matrimonio, due figli, una vedovanza, tanti soldi, pochi soldi, la fuga di mio padre, due gatti e un cane, i calcoli ai reni, l’artrosi, i traslochi, la morte dei miei genitori, i libri e la musica classica. Tramonti in città, le gite al mare, gli sbagli da madre e l’impotenza di essere migliore. La notte sempre le stelle.
Adesso sono vecchia e tutto se n’è andato.
Con la meticolosità di ogni uomo e donna sulla terra ho ripetuto tutti i gesti, rifatto i letti, la spesa, mangiato solitudine, fatto l’amore, bevuto, guidato, annaspato nel di più e nel di meno, e adesso alla fine della mia leggenda, perché ogni uomo è una leggenda nella sua storia semplice e ripetitiva, nelle sue lacrime e nelle sue speranze, perché nessuno potrà mai riprodurre il suo cuore, mi cibo ancora di qualche sogno, ma non li racconto più. Li impilo accanto al letto e poi spengo la luce.
Adesso in questa sera d’estate con la pelle che cala, i silenzi e le mie piante fiorite, mi dispiace non avere un abbraccio, l’ultima memoria d’amore da portare via con me come un bagaglio leggero.
Il giornalista Salvatore Spoto oggi alle 18.20, su SKY 860 e Roma1 TV, CANALE 31, recensirà il libro RISO BIANCO di Alessandra Corsini
Conchiglie che salgono di bianco e sale
sul sorriso dell’onda
gonfie di memoria
e di carnale storia
raccolti
i semi della vita
il giro bello di un abbraccio
le incredibili speranze
i passi lunghi dell’amore
riposano fino ai nuovi marinai
a loro tramanderanno il canto
delle ultime sirene


I venti cambiavano il destino
e gli ultimi profumi
sull’onda piana
e lo stacco del tramonto
allora quella vela fu il mio cuore
e con il sale ancora in bocca
mi volsi al volo
erede di tanta storia
contata sulle stelle
e sui segreti che Dio perde
nel rigo dei poeti